Nel dipinto è espletata una iconografia alquanto complessa, svolta in modo originale: il vegliardo con la barba e la falce è chiaramente identificabile con Chrosnos - Tempo, che infatti ha alle spalle i resti di un vetusto edificio romano, la cui magnificenza è oramai un ricordo. Pare essere appena planato dal fondo grigio, nebbioso, in un giardino primaverile, cinto dalle roselline appena sbocciate. Un putto con arco e freccia, Eros, dio dell’Amore, è a terra, mentre dei putti, i suoi accoliti, paiono invocare pietà per la loro sorte, al cospetto della falce che sta per spazzarli via: alcuni hanno già spiccato il volo. Non casualmente sullo sfondo, a destra, sono raffigurate tre figurate femminili colte mentre danzano in cerchio: sono le tre Cariti, meglio conosciute in ambito romano come le tre grazie, Agaia, l’ornamento e lo splendore, Eufrosine, la gioia e la letizia, Talia, la prosperità, portatrice di fiori. Nell’opera, quindi, è rappresentato il momento in cui le gioie dell’amore carnale stanno terminando, le schermaglie amorose stanno scemando allo scorrere del tempo che distrugge tutto quel che è terreno e transeunte. La leggiadria vezzosa dei putti, come la virtuosistica pittura di tocco, che alla prima forma la vegetazione crepitante, della quale possiamo quasi intuire il fruscio, o ancora la palette dai toni rischiarati, come più in generale la grazia che spira dalla scena, colloca la nostra opera in piena temperie rocaille: ma è una rocaille venata di una inquietudine, di una bizzarria che verrebbe da definire protoromantica. La cogliamo proprio nella figura arcigna e smagrita del Tempo, nel movimento nervoso dei putti, nel trascolorare dei toni, nel pigmento trasparente che infondono un’atmosfera quasi onirica al risultato finale. Ritengo che proprio questo risultato, che verrebbe da definire ‘di frontiera’ come precisi confronti di stile, permettano di riferire il nostro inedito lavoro al genovese Giovanni David: “Ignoto com’è all’Accademia Ligustica, raro nelle opere, bizzarro nello stile, oscuro nella vita e pressoché misterioso”, come lo ebbero a definire le fonti (F. Alizeri, Notizie dei professori del disegno… , vol. 1, Genova 1865, p. 358 - 388, dove è anche la biografia dell’artista) Effettivamente ancora oggi permangono molti punti oscuri nelle vicende di questo artista talentuoso ed eccentrico, scomparso precocemente, il cui catalogo è a tutt’oggi alquanto scarno, potendolo ricostruire soprattutto per la sua attività grafica, tra le più insolite e sperimentali del secolo in Italia. D’altronde Giovanni diformò a Roma da un pittore altrettanto indomito e contro corrente come Domenico Corvi, e viaggiò molto nel corso della sua breve parabola creativa, spesa essenzialmente sotto l’ala protettrice della potente famiglia genovese dei Durazzo: Roma, Venezia, fino a Parigi e ai Paesi Bassi, traendo linfa, durante il suo peregrinare, per uno stile di forte impatto visivo e grande verve espressiva. Caratteri che cogliamo anche nella nostra teletta: possiamo accostarla ad un particolare tratto da un disegno col Martirio di san Lorenzo (fig. 2), preparatorio per la pala del 1777 della parrocchia della Pieve di Stefano a Lavergno: parenti stretti sono i volti di Dio Padre e di Kronos, con la fisionomia scarna, il naso aquilino, gli occhi un pò infossati per l’eccessiva magrezza, l’espressione irosa (M. Newcome Schleier, G. Grasso, Giovanni David pittore e incisore della famiglia Durazzo, Torino 2003, pp. 28-30). D’altronde gli angioletti, coerenti con quelli nella parte superiore di uno studio per una Allegoria della famiglia Giustiniani (fig. 2), del 1782, ricorrono nel dipinto qui illustrato, sia nel senso del movimento irrequieto che li anima che nei volti coi tratti appena accennati; sono alquanto tipizzati nel catalogo di David, al punto che il lettore potrà agilmente trovarne riscontro da sè (M. Newcome Schleier, G. Grasso, Giovanni David pittore e incisore della famiglia Durazzo, Torino 2003, pp. 58-61). Infine l’anatomia del Tempo, scarnificata al pari di uno studio anatomico, trova il suo corrispettivo da questo particolare tratto da una Allegoria della morte di un poeta (fig. 3), vedi le braccia smagrite, la cassa toracica quasi ipertrofica, i polpacci forti e i piedi dal forma allungata (M. Newcome Schleier, G. Grasso, Giovanni David pittore e incisore della famiglia Durazzo, Torino 2003, pp. 50-51). I confronti proposti inducono a una datazione alla piena maturità del breve percorso pittorico di Giovanni Antonio David, nell’ultimo decennio della sua esistenza, tra il 1780 e il 1790.