Storia di una passione

La decisione di dedicare la mia vita professionale al mercato e allo studio della pittura di natura morta in Italia nacque a metà degli anni Ottanta del secolo scorso nell’ambito di un percorso di ricerca sulla pittura del XVII secolo avviato insieme a mio padre Ulisse, raffinato conoscitore e collezionista. I nostri comuni interessi ci portarono a frequentare storici dell’arte come Carlo Volpe, Mina Gregori, John T. Spike, Luigi Salerno e Federico Zeri, quest’ultimo impegnato a coordinare il lavoro di una quarantina di studiosi per i due volumi sulla natura morta in Italia pubblicati da Electa nel 1989.
Fu una scelta dapprima istintiva, poi sempre più ragionata, sulla scorta di una precisa esortazione dello stesso Federico Zeri e di quelle rivelazioni confidenziali che lo studioso romano amava dispensare a coloro che lo frequentavano, quando riconosceva a celebri antiquari internazionali il merito di avergli insegnato moltissimo sui generi pittorici minori e sulle cosiddette arti applicate, o decorative.
Il campo della natura morta si rivelò ideale, perché la destinazione privata della produzione pittorica di naturalia aveva comportato una loro dispersione secolare che solo il mercato poteva restituire nel tempo, agevolando un lavoro conoscitivo altrimenti ostacolato dalla limitatezza delle raccolte museali.
Avevo ben chiara la realtà composita di coloro che da sempre s’interessavano del mondo dell’arte antica, personalità non necessariamente inquadrabili nel semplificato binomio studioso-commerciante che il sentire comune elevava al rango di figure preminenti e al contempo antitetiche, l’una depositaria di una conoscenza quasi sacrale dell’arte, l’altra del mercato, spesso inteso come fenomeno deteriore cui negare il giusto valore di diffusione culturale. La storia e le cronache narrano, infatti, di figure di mercanti illuminati, di grandi collezionisti, di conoscitori dall’occhio formidabile, di semplici amatori, di esperti di vario tipo, tutti provvisti di specificità non trascurabili, delle cui doti ritenni utile cercare di fare tesoro per apprendere da ciascuna il meglio che poteva offrire. Ho sempre creduto indispensabile poi mettere a confronto competenze professionali differenti e stabilire stretti rapporti di collaborazione con archivisti, restauratori, tecnici della diagnostica radiologica e chimico-fisica.
Il mio intento fu da subito quello di creare una figura professionale nuova, che si muovesse nel mondo dell’arte in qualità di storico, di critico e di mercante, in un’ottica sinergica e al contempo ufficiale, trasparente e intellettualmente onesta. 
Decisi pertanto di coniugare lo studio e la ricerca nel campo della natura morta italiana con le grandi opportunità di conoscenza offerte dal mercato, in un’ottica di specializzazione che sentivo assolutamente aderente ai miei precedenti studi in campo medico-scientifico, dove l’affinamento delle competenze specifiche è da sempre un obiettivo primario.
Da allora la mia passione è andata crescendo, ho continuato a ricercare e ad acquistare nature morte applicandomi all’approfondimento conoscitivo delle scuole italiane e dei loro maestri, guidato da un approccio metodologico di tipo scientifico, per quanto possibile empirico, sempre basato sul dubbio, sul confronto iconografico, sul controllo delle fonti biografiche e anagrafiche, degli antichi inventari e soprattutto della storiografia antica e recente.
Forte di questo metodo critico, ho cercato di dare un impulso al progresso delle conoscenze in un campo, quello storico e artistico, spesso dominato da dogmi secolari e nel quale talvolta alcune tesi mantengono una loro validità più in virtù del prestigio di chi le aveva sostenute che della loro effettiva valenza.
A seguito del grande lavoro di catalogazione dei pittori di natura morta del Seicento e del Settecento coordinato da Federico Zeri nel 1989, il mondo dell’arte italiana ha visto un eccezionale fiorire di studi su questo genere pittorico, al punto che le conoscenze sono migliorate di più negli ultimi decenni che in tutti i secoli precedenti.
Resta ancora moltissimo da capire e da rinvenire, perché i nomi dei pittori tramandati dalle fonti sono estremamente scarsi rispetto al numero di dipinti conosciuti; per converso, non si sa ancora nulla della vita e delle opere di molti artisti minori che troviamo citati negli antichi inventari allegati agli atti di successione e nei registri parrocchiali degli stati delle anime.
Desidero continuare anche negli anni a venire le mie ricerche sui pittori di natura morta italiana, gratificato dai risultati raggiunti e conscio che il loro conseguimento lo devo anche alla fattiva collaborazione di moltissimi studiosi, ricercatori, collezionisti, curatori di musei, soprintendenti e operatori commerciali che nel tempo hanno gradatamente apprezzato e condiviso la mia impostazione professionale.

Gianluca Bocchi

 


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